mercoledì 26 marzo 2008

IL MERITO SOPRA TUTTO


Movimento Giovanile UDC di Siena
Siena - 15 marzo 2008

INTERVENTO

Prof. Andrea Tomasi
Docente Facoltà di Ingegneria - Università di Pisa
Responsabile Regione Toscana
Ufficio UDC per i rapporti con il mondo cattolico e le realtà ecclesiali


Il tema del merito è tema di grande importanza, perché coinvolge l’esperienza concreta e quotidiana di moltissime persone, si pensi alla scuola o al proprio luogo di lavoro. E’ anche tema di grande attualità, di cui molti parlano, come si può verificare, indirettamente, consultando il motore di ricerca Google: ben 10 milioni di pagine contengono la parola merito, nelle sue diverse accezioni (ma solo 150 mila contengono il termine meritocrazia, mentre clientelismo, e nepotismo sono presenti ognuno in circa 500 mila pagine). La presenza di una parola nelle pagine web è solo una curiosità, ma serve per rilevarne in qualche modo l’impatto nel dibattito pubblico. Politici, educatori, imprenditori parlano di merito, e la federmanager ha svolto recentemente un’indagine, da cui risulta che tutti auspicano si applichi il criterio del merito … preferibilmente cominciando dalle altre categorie.
Credo che l’attualità e il rilievo del termine merito sia uno dei segnali di una profonda crisi di sistema che l’Italia sta affrontando. Se la crisi spinge a cercare rifugio e protezione nel proprio clan di riferimento, mettendo in atto atteggiamenti di difesa largamente diffusi, cresce però anche la consapevolezza che le tutele tradizionali si rivelano insufficienti a superare una crisi che ha dimensioni sempre più internazionali e globali, e centri decisionali lontani. Si comincia a pensare che l’uscita dall’emergenza della crisi passi attraverso la strada di un programma di governo attrezzato per competere e quindi necessariamente centrato sul merito, anche se cosa questo voglia dire in pratica viene spesso enunciato con superficialità, con demagogia o moralismo.

La mia tesi al riguardo è che il problema non sia di facile soluzione, perché non si tratta solo di fissare regole e trovare strumenti per valorizzare il merito, ma occorre far crescere una cultura del merito. Le regole, le analisi socio-economiche, sono importanti e ci aiutano a capire la situazione e a proporre soluzioni, ma alla radice il problema va affrontato sul piano educativo, con una lettura etico-culturale, dalla quale, certo, derivano anche proposte concrete di norme e procedure.
Il discorso sul merito, secondo il mio giudizio, fa parte del discorso sull’emergenza educativa richiamata recentemente dal Papa Benedetto XVI e dai Vescovi italiani, ed è quindi, a mio avviso, tema di cultura politica piuttosto che di programma elettorale, nel senso che le proposte programmatiche per promuovere il merito riflettono, e non potrebbe essere altrimenti, la visione della società e la concezione della persona. Ma anche in questo, credo, si può constatare come la visione politica dell’ UDC si distingua da altri partiti per originalità e per spessore.

Cercherò di sviluppare tre punti, per mostrare quanto il problema sia nella pratica abbastanza intricato, e come si possano formulare proposte diverse a seconda del punto di partenza che si assume e dalla visione antropologica a cui si fa riferimento:
 il problema del merito : chi ben merita deve essere premiato
 il problema delle regole: chi riconosce il merito e come il merito può essere premiato
 qualche possibile implicazione pratica sul programma di governo.

CHI “BEN” MERITA DEVE ESSERE PREMIATO

Vorrei mettere in evidenza due aspetti della questione, due facce della stessa medaglia: cosa vuol dire “ben meritare”, che in sostanza vuol dire “quale è il merito di cui si parla” ?
Possiamo far coincidere il merito con le qualità personali, con le capacità e le competenze individuali, o possiamo individuare il merito nei risultati che l’impegno personale produce.

Il merito da riconoscere, sul piano delle qualità personali, richiede si fissi anche l’ambito di competenza: l’illustre clinico può essere ottimo medico, ma mediocre dirigente sanitario o pessimo ministro della sanità. E la valutazione del merito in base alla qualità dei risultati richiede che si fissino gli obiettivi da raggiungere, rispetto ai quali determinare anche il metro di giudizio: bravo allenatore è chi vince il campionato, o che fa giocar bene la squadra, o che valorizza i giocatori, o che costruisce buone relazioni umane, o che appassiona i tifosi e gli sponsor, … ? Nella scuola, bravo insegnante è chi promuove tutti, o che sa trasmettere conoscenze, o che coinvolge positivamente i ragazzi, o che stabilisce buone relazioni con i genitori, o che sa ben navigare nell’istituzione scolastica, tra dirigenti e sindacati ? E in azienda, bravo manager è chi massimizza il profitto, o realizza buoni prodotti, o stabilisce buone relazioni sindacali, o sa valorizzare i collaboratori e lavora bene con i colleghi ? La bravura da riconoscere e premiare è quasi sempre una combinazione di vari aspetti, ma riflettere su questo determina con quale metro di giudizio si misura il merito, e offre indicazioni su quale sia il premio da attribuire: riconoscimento economico, promozione di grado, apprezzamento pubblico, a seconda che si voglia sottolineare maggiormente il valore personale o il rilievo sociale del merito che si riconosce.
Valutare le qualità entro un ambito di competenza ci ricorda anche che il “premio” non può essere automaticamente trasferito in altri ambiti, nei quali il premiato potrebbe invece demeritare. Si pensi, nella nostra Toscana, alle promozioni di partito che fanno passare i funzionari a dirigere aziende pubbliche o cooperative economicamente rilevanti, o ad amministrare le istituzioni.


CHI RICONOSCE IL MERITO E COME IL MERITO VIENE RICONOSCIUTO E PREMIATO

Il “problema delle regole” coinvolge tre aspetti: l’oggettività dei criteri di giudizio, la credibilità del giudice, la congruità del premio e la connessa congruità della punizione, perché non si può immaginare premio giusto al merito senza prevedere una giusta penalizzazione per chi demerita.
Spesso si sente affermare che il criterio di giudizio sul merito deve essere oggettivo, misurabile. Sembra una ovvietà, e ci convince che basti “stabilire le regole giuste”. Eppure, anche qui, le cose non sono sempre semplici. Per fare un esempio del mondo che conosco direttamente, l’università, sembra assolutamente oggettivo, nei concorsi, riconoscere il merito con il criterio del numero di pubblicazioni e con l’attività svolta. Sembra pacifico che basta garantire un giudizio basato su questi criteri per valorizzare il merito adeguatamente. Eppure si possono predeterminare carriere di successo con l’inserimento in gruppi di lavoro che già abbiano una radicata presenza nei comitati di programma di convegni e riviste, favorendo quindi l’accesso alle pubblicazioni di taluni rispetto ad altri. E l’attribuzione dei corsi di insegnamento può agevolare o ostacolare il cammino, a seconda del numero di studenti, della quantità di corsi, delle materie insegnate. Non intendo cadere in generiche e qualunquistiche accuse, voglio solo dire che si possono rispettare le regole e violare la giustizia, e talvolta questo accade, oggi come sempre. Le pagine letterarie dei Promessi Sposi ci ricordano “quante cose disoneste si possono fare, nel rispetto delle regole” e il monologo di Amleto, il famoso “essere o non essere”, contiene anche la denuncia “delle lungaggini della legge, dell’arroganza dei burocrati, degli scherni che il merito paziente riceve dagli indegni”.
Ma proprio questo è il punto fondamentale: riconoscere e valorizzare il merito è prima di tutto un fatto morale, che va sostenuto con una diffusa cultura etica. Rispetto alla quale le regole sono fondamentali, se si pensa che regole mal fatte diventano mal applicate, e regole mal applicate producono malcostume. Pensiamo alla legge 194, che esordisce proponendosi di “tutelare la maternità e la salute della donna” e viene applicata come “diritto all’aborto”. Si pensi a tante norme costituzionali, belle ma disattese.
Quindi un primo punto pratico scaturisce dall’ attenzione alla “qualità delle leggi”, che possono premiare il merito e punire il demerito: leggi semplici, comprensibili, ben applicate. Leggi che determinino procedure e strumenti operativi che funzionino, e svolgano al meglio lo scopo per cui esistono (nella scuola, nella Pubblica Amministrazione, nell’impresa), sono, io credo, la cornice più adatta per far crescere la cultura del merito.

Il secondo punto riguarda l’autorevolezza e la credibilità del giudice. Che non deve solo essere oggettiva, ma anch’essa deve essere percepita e riconosciuta. E’ un fatto di comportamenti, ma, di nuovo, anche di cultura, se si considera quanto oggi sia percepita con scarso favore e con debole credito, in larga parte dell’opinione pubblica, la categoria di chi è chiamato a giudicare, ai vari livelli. Limitiamoci agli arbitri di calcio, per fare un esempio in un settore più evidente e spettacolare: rispetto ai quali si diffonde il giudizio che sbaglino non per un umano margine d’errore, ma per incapacità o per volontà di imbrogliare. Anche chi giudica è oggetto di giudizio, allo stesso tempo deve ben giudicare e chiede gli venga riconosciuto il merito nel giudicare.

L’ultimo aspetto coinvolge proprio il giudizio, con cui il merito è pesato. Il giudizio sviluppa una relazione che coinvolge giudice e giudicato e stabilisce un potere, quello appunto di fissare il giudizio. Un potere che deriva dal ruolo svolto, ma che deve essere esercitato “sul merito”, nella responsabilità. Occorre cautelarsi dal potere del giudizio espresso solo burocraticamente, in forza del ruolo, che conduce facilmente a situazioni di ingiustizia, come già la saggezza romana esprimeva nella constatazione summum ius, summa iniuria. Ed anche qui, in un opportuno apparato legislativo di pesi e contrappesi, di controlli e di garanzie, si deve trovare l’equilibrio necessario tra efficienza e tutela per dare “a ciascuno il suo”.
Il discorso sul merito diventa, in conclusione, discorso sulla responsabilità. Che è, a mio avviso, come tutti i valori autentici, indivisibile: responsabilità di chi sceglie ed agisce e responsabilità nell’esprimere il giudizio e attribuire premi e condanne. Credo di poter indicare la responsabilità come atteggiamento equilibratore per una visione d’insieme che lega tra loro gli aspetti di qualità della persona, risultati ottenuti e giudizio. Responsabilità nell’investire sulle proprie capacità “con la giusta misura”, con la consapevolezza dei propri talenti e dei propri limiti, per “ben meritare”, cioè per dare il massimo senza frustrazioni, in competitività prima di tutto con se stessi e con il senso del proprio dovere. Responsabilità nel formulare il giudizio, che deve essere oggettivo, sui risultati, ma che costituisce la premessa per un premio o una punizione in cui occorre, a mio avviso, tener conto anche del punto di partenza, dell’impegno della persona, delle sue qualità. Ritengo che la responsabilità del giudizio debba esprimersi nel riconoscere non solo il risultato “in assoluto”, ma anche “l’incremento di valore” che è stato prodotto dalla persona che ha prodotto il risultato, perché trovo profondamente vera l’osservazione di don Milani, su “quanto sia ingiusto fare parti uguali tra disuguali”.
Il discorso sulla cultura del merito appare, oggi, un discorso difficile, perché contrasta con la cultura diffusa che identifica il successo con la realizzazione dei desideri, con qualsiasi mezzo. Una cultura che provoca frustrazioni per la disparità tra aspirazioni e obiettivi realizzabili e produce costi enormi, personali e sociali, se sono vere le indagini sulla diffusione crescente di forme depressive. Eppure, in questo nostro Paese poco incline alla valorizzazione del merito, forse solo un forte investimento di energie morali, di iniziative educative ed anche, certo, di buone norme, può mettere in moto uno spirito positivo in grado di affrontare con fiducia il futuro.
Su questo, consentitemi una annotazione: proprio la cultura di impegno che si fonda sulla dottrina sociale cristiana e su comportamenti coerenti di testimonianza sono oggi una risorsa importante per uscire dalla crisi del Paese. Una cultura politica che ha bisogno, per esprimersi all’altezza delle necessità, non solo di “fermentare la massa” con individualità isolate, ma anche e soprattutto di rendersi operativa e visibile come forma organizzata di presenza politica dei cristiani nella società, dentro un Partito.


UN PROGRAMMA DI GOVERNO CENTRATO SUL MERITO

Per quanto detto, e senza la pretesa di esercitare un mestiere che non è il mio, credo si debbano promuovere tutte quelle norme che “rendono conveniente” il riconoscimento del merito e promuovono la cultura della responsabilità e del merito.

Tra queste, quelle che disciplinano il buon funzionamento della scuola e dell’università, per valorizzare i talenti. Occorre cambiare metodo didattico, occorre determinare una organizzazione scolastica meno burocratica e più attenta alle persone e alla loro preparazione in vista dei compiti da esercitare nel mondo del lavoro e nella società.
Nell’impresa e nella Pubblica Amministrazione, occorre consentire meccanismi di differenziazione salariale legata ai risultati.
Nella giustizia, termometro della credibilità sociale della meritocrazia, occorre dare certezza alla regola fondamentale del giudizio, che deve essere emesso in tempi ragionevoli, oggettivo e proporzionato. Se il demerito viene punito, anche il merito potrà maggiormente risaltare.

Ma la urgenza legislativa di cui c’è a mio avviso maggiormente bisogno oggi in Italia è un miglioramento della formulazione delle leggi e dei regolamenti, una progressiva diminuzione della concezione burocratica di procedure e norme, che spesso sono inapplicabili, spero non volutamente inapplicabili, perché mal formulate, o perché si propongono obiettivi tecnicamente irraggiungibili. Non mi soffermo sugli esempi, che sarebbero infiniti, ma richiamo in particolare le norme fiscali e quelle che disciplinano le attività produttive, segnalando una accresciuta difficoltà su questo argomento, derivante da una evoluzione delle strutture organizzative indotta e sostenuta dal crescente impiego di tecnologie ICT e, sul versante normativo, dall’ influenza delle norme europee, che trovano spesso, a mio avviso, l’equilibrio tra culture diverse sulla base di una visione meramente burocratica.

E con quest’ultima annotazione, che lega il discorso del merito a quello della modernizzazione del Paese e alla nostra collocazione europea, termino ringraziandovi della pazienza nel seguire il ragionamento che ho voluto proporvi.

domenica 23 marzo 2008

Il Merito Sopra Tutto

E' una delle cinque stelle polari indicate dal Presidente Pierferinando Casini e uno dei temi che vengono più dibattuti sia all'interno del nostro partito che nella società civile intera.Da una recente indagine risulta che in linea teorica il principio del merito non può che raccogliere unanimi favori ma nella realtà emerge anche un disincanto circa le reali possibilità di realizzare carriere esclusivamnte sulla base di tale principio e sembra prevalere una percezione di contesti professionali nei quali il merito non è il fattore di selezione principale ma risultano avere un ruolo predominante le appartenenze e relazioni.Addirittura, in certi ambiti professionali come quello accademico ma anche politico, lo sviluppo della carriera sembra non possa prescindere dalla appartenenze ad una cordata o clan.
Questo tema, affrontato in un recente convegno del nostro movimento, è di estrema attualità e richiede una forte sensibilizzazione verso la cultura della meritocrazia volta a premiare il merito ma anche sanzionare il demerito